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Adeguare la politica commerciale estera della Cina: abbandonare la concorrenza basata sui prezzi bassi e puntare su investimenti ad alto valore aggiunto.

A seguito della prima visita ispettiva di alto livello nel Guangdong nel 2026, è emerso il segnale chiave: la cancellazione degli sgravi fiscali all'esportazione per i prodotti fotovoltaici è stata una misura proattiva per frenare l'"incredibile surplus commerciale", con l'obiettivo di incentivare l'ammodernamento industriale e riconquistare potere di determinazione dei prezzi. Questa è una battaglia inevitabile per la Cina, che deve passare da "fabbrica del mondo" a "centro di eccellenza del valore".

Nel gennaio 2026, alti funzionari hanno effettuato la loro prima visita conoscitiva nella provincia del Guangdong, un importante esportatore. Tuttavia, invece di un maggiore sostegno per stabilizzare le esportazioni, la provincia ha ricevuto un segnale significativo per espandere le importazioni e promuovere un equilibrio tra importazioni ed esportazioni. Successivamente, le riduzioni dei dazi all’esportazione sui prodotti fotovoltaici sono state eliminate direttamente, mentre le riduzioni dei dazi sulle batterie sono state ridotte dal 9% al 6%, con quest’ultima che verrà gradualmente eliminata l’anno prossimo. Vale la pena notare che nei primi 11 mesi del 2025, le riduzioni dei dazi all’esportazione nel mio Paese hanno raggiunto la sbalorditiva cifra di 1,9 trilioni di yuan. Questa serie di azioni non è casuale, ma piuttosto un tentativo preventivo di frenare l'”incredibile surplus commerciale”. La logica è piuttosto semplice: il mio Paese non vuole più scambiare prezzi bassi per le esportazioni. Il motivo per cui il prezzo medio all’esportazione del mio Paese è rimasto basso negli ultimi anni è il divario nel costo dei beni intermedi, la cui quota è aumentata drasticamente da un terzo all’inizio del secolo a quasi la metà. Sebbene il mio Paese sembri un gigante nella catena di fornitura globale, in realtà è più un “lavoratore” con margini di profitto estremamente bassi. L’elevata concentrazione della capacità produttiva lo rende inoltre bersaglio di sospetti in Europa e negli Stati Uniti, spesso portando ad accuse di “dumping”. Questo è particolarmente vero nel settore fotovoltaico, dove il mio Paese controlla l’intero processo, dal silicio policristallino ai moduli, rappresentando oltre l’80-90% del mercato globale, eppure è impegnato in una feroce guerra dei prezzi. I rimborsi delle tasse all’esportazione, volti a evitare la doppia imposizione, sono diventati un “sussidio nascosto”: i fondi pubblici non finiscono nelle tasche delle aziende né aumentano i salari dei dipendenti; vengono invece trasferiti ai clienti esteri sotto forma di prezzi più bassi. Vedendo che “i prezzi all’esportazione sono inferiori a quelli nazionali”, Europa e Stati Uniti raccolgono naturalmente l’accusa di “dumping” e lanciano un attacco furioso. Invece di tollerare passivamente le critiche, è meglio uscire attivamente dall’impasse. Questa politica implica la scelta del male minore: anche se le aziende sono temporaneamente soggette a doppia imposizione, il prezzo minimo all’esportazione aumenterà, costringendo i consumatori stranieri a pagare prezzi più elevati. Poiché la capacità di generazione di energia fotovoltaica è fortemente monopolistica, le agevolazioni fiscali saranno eliminate immediatamente; poiché i pannelli solari devono ancora competere con Giappone e Corea del Sud, il processo sarà svolto per fasi, lasciando tempo sufficiente. In sostanza, ciò comporta l’uso di mezzi amministrativi per porre fine alla pratica della “produzione globale sovvenzionata dallo Stato” e, cosa ancora più importante, per riaffermare il potere di determinazione dei prezzi. Ancora più radicale è l’eliminazione delle agevolazioni fiscali per un gran numero di beni intermedi a basso contenuto tecnologico e a basso consumo energetico. La catena di fornitura globale non può ignorare i wafer di silicio e il vetro cinesi, il che significa che l’intera catena di produzione è costretta a riconoscere i reali costi ambientali e di risorse della produzione cinese. L’impatto sui marchi competitivi di fascia media è minimo, ma le aziende la cui sopravvivenza dipende dall’assemblaggio a basso costo hanno solo tre opzioni: spostarsi verso mercati di fascia alta per produrre componenti principali, spostarsi verso mercati di fascia bassa per sviluppare i propri marchi e generare ricavi premium, o assemblare all’estero per evitare questi costi. In breve, queste aziende diventeranno una “spesa necessaria” per la modernizzazione industriale. Questo aggiustamento non è un salto dal “sussidiare la produzione al sussidiare i consumi”, ma una scelta inevitabile in un’economia sbilanciata. Dato l’attuale limitato spazio monetario, ci sono essenzialmente tre possibili percorsi macroeconomici: un graduale apprezzamento della valuta con politiche prudenti che si basano sull’ammodernamento industriale per creare spazio, a costo di una crescita più lenta e di un ampio divario tra livello macro e micro, simile alla strategia della “giapponesizzazione soft”; un allentamento monetario aggressivo e coercitivo basato sulla monetizzazione fiscale e sullo stimolo monetario per stabilizzare la crescita, ma con il rischio di inflazione e svalutazione dello yuan; e una strategia intransigente che impone riforme che portano a significative difficoltà a breve termine, con un potenziale deprezzamento iniziale dello yuan seguito dal suo apprezzamento. Le azioni attuali indicano chiaramente che la prima opzione è quella principale, mentre la seconda funge da preciso complemento. In definitiva, questa serie di aggiustamenti alle politiche commerciali, valutarie e industriali risponde a una domanda fondamentale: i meccanismi istituzionali e distributivi dovrebbero ora assorbire una quota maggiore dei costi degli squilibri precedentemente sostenuti da imprese, catene di approvvigionamento e tassi di cambio? Andare oltre la concorrenza basata sui prezzi bassi, lottare per il potere di determinazione dei prezzi e stimolare la modernizzazione industriale è una mossa radicale, ma è anche una lotta inevitabile per la Cina passare da “fabbrica del mondo” a “capitale di valore”. Non esiste una via di mezzo per il futuro: o avanza attraverso la modernizzazione o si aggrappa ai vecchi metodi.

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